In origine, con il termine «sopravvissuto all’Olocausto» si indicava chi aveva patito il terribile trauma dei ghetti ebraici, dei campi di concentramento e dei campi di lavoro schiavistico, spesso in questa sequenza. I sopravvissuti alla fine della guerra sono generalmente stimati nell’ordine delle centomila persone; di queste, oggi saranno ancora in vita non più del venticinque per cento. Dal momento che a coloro che avevano subito l’esperienza dei campi veniva concessa la palma del martirio, molti ebrei che trascorsero altrove il periodo della guerra e delle persecuzioni sì presentarono come sopravvissuti.
Dietro questa impostura stava anche un altro valido motivo, di ordine materiale: il governo della Germania postbellica pagava un risarcimento agli ebrei che erano stati nei ghetti o nei campi e molti ebrei si costruirono un passato in grado di soddisfare tali requisiti. «Se tutti quelli che pretendono di essere dei sopravvissuti lo fossero dawero» inveiva mia madre «Hitler chi avrebbe ammazzato?».
In effetti, molti studiosi hanno messo in dubbio l’attendibilità delle testimonianze dei sopravvissuti. «Un’alta percentuale di errori che ho scoperto nelle mie stesse opere» ricorda Hilberg «potrebbe essere attribuita ai testimoni.» Anche chi lavora nell’industria dell’Olocausto, come Deborah Lipstadt per esempio, osserva ironicamente come spesso i sopravvissuti all’Olocausto sostengano di essere stati esaminati ad Auschwitz da Josef Mengele in persona.
A parte gli inganni della memoria, qualche testimonianza di sopravvissuti all’Olocausto può essere considerata sospetta per altre ragioni. Dal momento che oggi i sopravvissuti sono venerati come santi laici, non si osa metterli in dubbio. Dichiarazioni assurde passano incontestate. Nel suo acclamato libro di memorie, Elie Wiesel ricorda di avere letto, appena liberato da Buchenwald, all’età di diciotto anni, «la Critica della ragion pura», non ridete!, «in yiddish». A parte il fatto che lo stesso Wiesel ammette di essere stato all’epoca «completamente a digiuno di grammatica yiddish», resta comunque che la Critica della ragion pura non fu mai tradotta in yiddish. Narra anche, con dovizia di particolari, di un «misterioso studioso del Talmud» che «in due settimane, solamente per stupirmi, imparò a fondo l’ungherese». Dichiara a un settimanale ebraico di «diventare spesso rauco o afono» quando legge mentalmente le proprie opere «ad alta voce, interiormente». E a un giornalista del «New York Times», poi, racconta di quando una volta fu investito da un taxi in Times Square: «Feci un volo di un intero isolato. Fui investito tra la Quarantacinquesima Strada e Broadway e l’ambulanza mi raccolse alla Quaranta-quattresima». «La verità che presento è nuda e cruda» sospira Wiesel. «Non potrei fare altrimenti».
In anni recenti, l’espressione «sopravvissuto all’Olocausto» ha assunto un nuovo, più ampio significato: designa non soltanto chi ha sofferto nei campi, ma anche chi è riuscito a sfuggire ai nazisti; così, nella categoria rientrano, per esempio, gli oltre centomila ebrei polacchi che dopo l’invasione tedesca della Polonia trovarono rifugio in Unione Sovietica. Eppure, osserva lo storico Leonard Dinnerstein, «quelli che si erano sistemati in Unione Sovietica non vennero trattati in modo diverso dai cittadini russi» mentre «i sopravvissuti al campi di concentramento sembravano dei morti viventi». Qualcuno ha scritto a un sito web sull’Olocausto per sostenere che, nonostante sia vissuto a Tel Aviv durante la guerra, anche lui è un sopravvissuto all’Olocausto: sua nonna è morta ad Auschwitz. A sentire Israel Gutman, Wilkomirski è un sopravvissuto all’Olocausto perché il suo «dolore è autentico». L’ufficio del rex Primo ministro israeliano Netanyahu ha recentemente calcolato il numero di sopravvissuti all’Olocausto tuttora in vita in circa un milione. Ancora una volta, il motivo principale di questo gioco al rialzo sul numero dei superstiti non è difficile da capire: è difficile sostenere nuove e imponenti richieste di risarcimento quando sono ancora in vita solo pochi sopravvissuti. Infatti, i principali complici di Wilkomirski erano, in un modo o nell’altro, inseriti nel network dei risarcimenti per l’Olocausto. La sua amica infanzia ad Auschwitz, la «piccola Laura», attinse soldi da un fondo svizzero per l’Olocausto, quando in realtà era di nascita americana, e per giunta un’adepta di culti satanici. I principali sponsor israeliani di Wilkomirski erano sovvenzionati da (o attivi in) organizzazioni coinvolte nei risarcimenti per l’Olocausto.
La questione dei risarcimenti risulta particolarmente illuminante per comprendere l’industria dell’Olocausto. Come abbiamo visto, allineandosi alle posizioni degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda, la Germania venne in gran fretta riabilitata e l’Olocausto nazista cadde nel dimenticatoio. Ciò nonostante, nei primi anni Cinquanta, la Germania entrò in trattativa con le istituzioni ebraiche e firmò accordi di risarcimento. Dietro poche (o nessuna) pressioni esterne, ha pagato finora qualcosa come sessanta miliardi di dollari.
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L'industria dell'Olocausto
Di Norman Finkelstein, libro completo. PDF